Social Egg Freezing

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Spesso carriera non fa rima con maternità. Perché, per mancanza di tempo, o si sceglie a cosa dedicarsi, accantonando l’altra strada, oppure si tenta di portare avanti entrambe, un’impresa da titani, che prevede altrettanti sacrifici. Nell’era in cui due grandi colossi americani come Apple e Facebook hanno posto in primo piano la questione della carriera quale fulcro fondamentale della vita della donna, si è innescato di riflesso un dibattito su ciò che viene definito “social freezing”.
Due termini che rimandano alla pratica del congelamento degli ovuli per le donne che non hanno voglia di accantonare la loro carriera o, inevitabilmente, di vederla sacrificata, prevedendo incentivi finanziari per effettuare la crioconservazione degli ovociti. Una circostanza che in Italia non ha ancora il giusto rilievo mediatico mentre, oltreoceano, è di stretta attualità.
Nello specifico, il social freezing consiste nella possibilità di crioconservare i propri ovociti, quando le ovaie sono ancora sufficientemente “giovani” da produrli, per garantirsi la possibilità di posticipare la maternità o superare eventuali futuri problemi di infertilità. Non si tratta, dunque, di una metodica che permette di ottenere certamente una gravidanza, ma consente alla donna di posticipare i suoi propositi di maternità sulla base delle esigenze del momento. Il “social egg freezing” era nato in prima istanza con l’intento di preservare la fertilità di quelle donne che rischiavano di andare incontro ad un esaurimento ovarico precoce a causa di patologie oncologiche dell’ovaio, predisposizione genetica o chemio/radioterapie antitumorali.

Il progredire delle tecniche di congelamento, con l’avvento della vitrificazione come tecnica ideale per il congelamento ovocitario, ha consentito di garantire alti tassi di successo nei processi di scongelamento, aprendo di fatto alla possibilità del congelamento degli ovociti anche in donne sane. L’opportunità di crioconservare gli ovociti può essere estesa a quelle donne che per motivi personali non desiderano una gravidanza a breve, e che tuttavia non vogliono pregiudicarsene la possibilità in futuro, quando in ragione del fisiologico invecchiamento ovarico le loro probabilità di ottenerla saranno minori e magari si renderà necessario il ricorso ad una tecnica di procreazione medicalmente assistita.

La scelta del social freezing ha molteplici aspetti. Da una parte vi sono radici sociologiche che hanno maggiormente inciso nel ritardare l’età del primo concepimento per motivi correlati a fattori sociali ed economici: instabilità patrimoniale, necessità di studiare e consolidare la carriera ma anche precarietà o instabilità relazionale. Al momento, l’età media del concepimento del primo figlio si è notevolmente alzata e sempre più donne incorrono in difficoltà nel primo concepimento ricorrendo a tecniche di procreazione medicalmente assistita. L’inefficienza di una società ancora non organizzata per le pari opportunità lavorative, in cui la gravidanza pone la donna in uno stato di “difetto ”, diventando impedimento alla carriera o al successo sociale, rappresenta un limite invalicabile per quelle donne che aspirano ad occupare un ruolo di rilievo sociale.

Dall’altra, la fisiologia della riproduzione femminile non ha seguito di pari passo tali mutamenti sociali. La fertilità della donna non è eterna e anche per le nostre splendide quarantenni esiste un orologio biologico che non corrisponde affatto alla loro avvenenza ed età anagrafica. Il numero di ovociti a disposizione di ciascuna donna è un “patrimonio” predefinito, non rinnovabile, che riceve alla nascita e che con l’aumentare dell’età va riducendosi: le cellule uovo “invecchiano” e non sempre sono idonee ad essere fecondate.

La crioconservazione diviene così un luogo emotivo importante, in cui poter “congelare” un’esperienza significativa, che si ha desiderio di fare, ma che non ci si può o ci si vuole concedere in un preciso momento nel corso della vita. Di frequente, causa anche una cattiva informazione, la procedura viene consigliata o cercata da donne già troppo mature, che ancora non hanno una stabilità affettiva. L’età ideale per il congelamento sarebbe al di sotto dei 35 anni, perché dopo tale fatidica soglia l’eventualità di recuperare ovociti con la stimolazione ovarica è sensibilmente più bassa. Inoltre, la qualità ovocitaria si riduce e aumentano persino le anomalie cromosomiche. Di pari passo, si riduce anche la percentuale di successo di gravidanza soprattutto con tecniche di PMA.

È necessario evitare ogni falsa aspettativa, poiché la crioconservazione non equivale alla certezza di una posticipata gravidanza, ma soltanto alla scelta di aumentare le proprie “possibilità” di gravidanza in futuro .

Il vantaggio è certamente quello di allentare la tensione su un progetto che riguarda tutte le donne anche se ormai, in maniera sempre più diversa, per tempi e modi. Potersi sentire più libere di scegliere il momento del concepimento, quando si è pronte e non quando è “l’ora”. Il trattamento si articola in diverse fasi. La prima è il colloquio in un centro specializzato per l’infertilità di coppia e la Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Dopodiché, seguono:

  • gli esami diagnostici preliminari tra cui il dosaggio ormonale (AMH, FSH, 17 beta estradiolo in fase mestruale) per la valutazione della riserva ovarica ed ecografia transvaginale in fase mestruale con la misurazione della volumetria ovarica e la conta dei follicoli antrali e la previsione di esami diagnostici e infettivologici di legge;
  • l’induzione e monitoraggio dell’ovulazione. La donna si somministra una terapia ormonale, mediante iniezioni sottocutanee, che consente la maturazione contemporanea di più follicoli. Si eseguono ecografie transvaginali seriate per valutare dimensione e numero dei follicoli e dosaggi ormonali di estradiolo plasmatico e progesterone;
  • il prelievo degli ovociti. Avviene per via transvaginale, sotto guida ecografica e in analgesia o in sedazione profonda;
  • il congelamento in azoto liquido (-196° C) e la conservazione degli ovociti.

Tutti i trattamenti, dal prelievo al trasferimento degli embrioni in utero, ottenuti dalla fertilizzazione degli ovociti, sono, in generale, indolori. Il prelievo avviene in analgesia o in sedazione con complicanze minime.
La fase della stimolazione ovarica comporta gli effetti legati all’assunzione degli ormoni sintetici che si manifestano in una lieve ritenzione idrica e un modesto dolore in sede annessiale. La sindrome da iperstimolazione ovarica è una condizione che si verifica raramente, nei casi più gravi, può richiedere il ricovero in ospedale (<1 %).

 

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